Nel suo ultimo libro l’ex consigliere regionale ripercorre dieci anni di esperienza in Consiglio e riflette sul futuro del regionalismo, sull’autonomia differenziata e sulla necessità di garantire diritti uguali in tutto il Paese. Al centro anche lo spopolamento, le aree interne, Montagna solidale e South Working
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Domenico Bevacqua è stato consigliere regionale della Calabria per oltre dieci anni, eletto nel Partito Democratico.Nel suo libro “Appunti su dieci anni nelle istituzioni. Domande e riflessioni su regionalismo, autonomia e territori”, non racconta la sua carriera in ordine cronologico. Raccoglie invece le domande che quell'esperienza gli ha lasciato aperte, e la principale è questa: prima di chiederci cosa debba amministrare una Regione, dobbiamo chiederci cosa debba essere.
Al centro c'è l'autonomia differenziata, che l'autore definisce «la madre di tutte le battaglie». La sua posizione si riassume in una formula: prima i diritti, poi la differenziazione. Ogni Regione può organizzare i servizi a modo suo, ma il diritto alla salute, all'istruzione e alla mobilità deve essere uguale ovunque. Per questo chiede di superare la spesa storica, di definire i LEP e di garantire la perequazione. È una battaglia che Bevacqua porta avanti dal 2018: allora criticò le pre-intese firmate dal governo Gentiloni e nel 2019 fece approvare all'unanimità una mozione in Consiglio regionale.
Il libro va oltre l'autonomia e ripensa cinquant'anni di regionalismo. Bevacqua vuole una Regione che programmi e controlli, invece di gestire direttamente i servizi. Denuncia la marginalizzazione del Consiglio dopo l'elezione diretta del presidente, con i «decreti Omnibus» e gli «agguati legislativi». Mette in guardia dal rischio di un nuovo centralismo «da Roma a Catanzaro» e critica la riforma Delrio sulle Province. Dedica pagine a temi come lo spopolamento, le aree interne, la sanità pubblica e il diritto di restare, insieme alle sue proposte «Montagna solidale» e South Working. Il filo che tiene insieme tutto è il principio del «pretendere e fare»: il Sud deve rivendicare ciò che gli spetta, ma la sua classe dirigente deve anche assumersi le proprie responsabilità.
Nell'introduzione scrive di aver posto più volte in Consiglio regionale la domanda su «cosa debba essere una Regione», senza mai trovare ascolto. Perché, secondo lei, la politica calabrese evita questa domanda?
Credo che manchi soprattutto una cultura istituzionale. In Consiglio si discute molto di provvedimenti, emergenze ed equilibri politici, ma troppo poco della funzione che la Regione dovrebbe svolgere. Chiedersi cosa debba essere una Regione , per come affermo nel libro, significa interrogarsi sulle responsabilità, sul rapporto con lo Stato, sui servizi e sui diritti dei cittadini. Prima di rivendicare nuovi poteri, bisognerebbe dimostrare di saper esercitare bene quelli che già si hanno. Senza una visione, l'autonomia rischia di diventare soltanto una rivendicazione di potere.
Nel 2018 vi siete opposti alle pre-intese firmate da un governo di centrosinistra, e lei ricorda che anche dentro il PD molti non coglievano la portata del tema. Quanto le è costato andare contro il suo stesso campo? Cosa ha fatto cambiare idea al partito?
Nel 2018 abbiamo condotto una battaglia politica e culturale importante, anche quando non era facile trovare ascolto nel nostro stesso partito. Non era una battaglia contro il centrosinistra, ma contro una scelta che ritenevamo sbagliata. Avevamo compreso che non si trattava di un semplice trasferimento di competenze, ma di una questione che riguardava l'unità del Paese e l'uguaglianza dei diritti.
Il lavoro di approfondimento, il confronto con gli amministratori e la mobilitazione dei territori hanno progressivamente fatto maturare una consapevolezza diversa anche nel PD. D'altronde il PD è una comunità con una sua visione nazionale e come tale al suo interno trova la sintesi migliore per i territori e le sue politiche. E poi non ho mai pensato che l'appartenenza politica dovesse prevalere sulla libertà di giudizio.
E, me lo lasci dire, per me è stata una grande soddisfazione sentire, durante alcuni interventi alla presentazione del libro, riconoscere che la Calabria era arrivata prima di altri nel comprendere e denunciare i rischi dell'autonomia differenziata. Significa che quella battaglia, anche quando sembrava isolata, aveva un senso.
Lei crede nell'autonomia, eppure propone che sanità e istruzione tornino «organicamente» allo Stato. Come risponde a chi vede in questo una contraddizione, o una sfiducia verso la capacità delle Regioni del Sud di governarsi?
Non c'è contraddizione. Credo nell'autonomia come responsabilità e valorizzazione dei territori, ma sanità e istruzione sono diritti fondamentali che devono essere garantiti dallo Stato in maniera uniforme. Non è sfiducia verso le Regioni meridionali, ma la convinzione che non si possa consentire che la qualità delle cure e dell'istruzione dipenda dal luogo in cui si nasce.
Le Regioni devono poter programmare lo sviluppo dei propri territori, ma i diritti fondamentali devono restare una garanzia nazionale. L'autonomia deve differenziare le politiche, non il valore dei cittadini.
So che si tratta di un tema molto dibattuto, emerso anche durante la presentazione del libro della scorsa settimana. Se il ritorno organico allo Stato dovesse presentare difficoltà, credo che si debba quantomeno ragionare su una forma di cooperazione rafforzata tra Stato e Regioni. Ma ritengo sia giusto porre il problema.
Scrive che la Regione che promette tutto a tutti finisce per accontentare i propri «clientes», e lo chiama «il cancro della politica calabrese». In dieci anni ha visto qualcosa cambiare? E un consigliere, da solo, quanto può fare contro questo sistema?
Non credo che in questi dieci anni sia cambiato abbastanza. E non mi metto certamente su un piedistallo: non mi considero un verginello. Il tema, però, è un altro. La Regione non dovrebbe avere come funzione quella di gestire clientele o distribuire risposte individuali, ma di programmare, legiferare e controllare. E quando legifera dovrebbe guardare al bene collettivo, non al particulare.
Un consigliere, da solo, può fare ben poco contro un sistema così radicato. Può però scegliere di non alimentarlo, pretendere trasparenza e provare a proporre un modello diverso. La politica deve restituire autonomia ai cittadini, non renderli dipendenti da chi esercita il potere. Il vero cambiamento sarebbe fare in modo che nessuno debba chiedere un favore per ottenere ciò che gli spetta.
Lei rimprovera al presidente Occhiuto una «giravolta» sull'autonomia nel 2024. Allo stesso tempo racconta che il Consiglio è ridotto a sede di ratifica, anche per i consiglieri di maggioranza. Quali regole cambierebbe per riequilibrare il rapporto tra presidente e assemblea?
Che Occhiuto abbia avuto un atteggiamento contraddittorio sull'autonomia differenziata è evidente. Basta confrontare le sue dichiarazioni pubbliche con le posizioni assunte in Consiglio e in Conferenza Stato-Regioni. Ma il fatto politicamente più grave è quello che considero un vero e proprio scambio con Calderoli: il consenso alle intese con le Regioni del Nord in cambio dell'impegno del Governo a far uscire la Calabria dal commissariamento sanitario. In pratica, una questione fondamentale per il futuro della Calabria è diventata merce di scambio politico. E tutto questo senza un reale beneficio per i calabresi: uscire dal commissariamento, infatti, non significa uscire dal Piano di rientro, che continua a condizionare pesantemente la nostra sanità.
Quanto al Consiglio, il problema non è avere un presidente forte, ma un'assemblea debole. Rafforzerei il ruolo delle Commissioni, i poteri di controllo e l'iniziativa legislativa dei consiglieri. Anche la maggioranza deve poter discutere e incidere. Il Consiglio non può essere ridotto a un luogo di ratifica delle decisioni del presidente.
Lei ha proposto «Montagna solidale» nel 2016 e il South Working nel 2020, e cita entrambe come idee ancora valide. Perché idee di cui si dice fiero non sono diventate legge? E cosa direbbe oggi a un ventenne calabrese che sta pensando di partire?
Sono due proposte diverse, ma unite da una stessa idea: contrastare lo spopolamento creando nuove opportunità.
Con Montagna solidale volevamo valorizzare le aree interne, legando tutela del territorio, lavoro e presenza delle comunità. Con il South Working abbiamo anticipato la possibilità di lavorare per realtà lontane senza dover abbandonare la Calabria.
Non sono diventate politiche strutturali soprattutto per mancanza di volontà e di visione politica. Troppo spesso la politica si concentra sulle emergenze e sui risultati immediati, senza riuscire a investire su idee che richiedono programmazione e continuità. E poi come affermo da tempo quando non ci sono interessi particolari o di campanilismo l'attenzione cala e spesso avverti una certa solitudine
A un ventenne direi di sentirsi libero di partire, studiare e conoscere il mondo. Ma il fallimento della politica è che partire diventi una necessità e non una scelta. Dobbiamo costruire una Calabria nella quale restare sia possibile, partire sia libero e tornare sia conveniente.

