Tra rigore formale, memoria della tradizione e passione artigianale, il musicista racconta un’idea di canzone intesa come racconto, poesia e costruzione musicale
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L’incontro con Sasà Calabrese lascia la sensazione di trovarsi di fronte a una figura artistica che appartiene a una tradizione precisa della musica italiana: quella dei cantautori e dei cantastorie che concepiscono la canzone come una forma espressiva completa, capace di unire racconto, poesia e costruzione musicale. In un panorama musicale spesso dominato dalla rapidità del consumo e dalla semplificazione del linguaggio, Calabrese rappresenta invece un caso quasi esemplare di fedeltà a una concezione più rigorosa e consapevole della canzone.
La sua idea di musica nasce infatti da un principio molto chiaro: la canzone non è un semplice prodotto sonoro, ma un piccolo organismo letterario e musicale in cui ogni elemento – parola, ritmo, melodia – deve trovare il proprio equilibrio. Nel corso della conversazione emerge con forza questa visione quasi artigianale del lavoro artistico: scrivere una canzone significa costruire una struttura precisa, rispettare una forma, dare alla parola il peso che merita.
Dopo aver dialogato a lungo con Sasà Calabrese, resta la sensazione rara di aver incontrato non soltanto un musicista, ma un uomo che considera la canzone una vera e propria arte della parola. Non un semplice intrattenimento, non una successione di melodie da consumo rapido, ma una forma espressiva che possiede struttura, equilibrio e responsabilità culturale. Nel suo discorso ritorna spesso una parola: artigianato. La canzone, per lui, è un oggetto costruito con pazienza, con rispetto della lingua, del ritmo, della storia che porta con sé.
Calabrese appartiene a quella tradizione – sempre più preziosa – dei cantastorie contemporanei. Nelle sue parole emerge chiaramente la convinzione che la canzone debba conservare una forma riconoscibile, quasi classica: strofa, sviluppo narrativo, melodia che accompagna e sostiene il senso del testo. Non è nostalgia, ma disciplina.
La forma classica della canzone, mi racconta, è come la metrica nella poesia: non una gabbia, ma un ordine che permette alla parola di respirare.
Nel corso della sua carriera Sasà Calabrese ha collaborato con artisti di grande rilievo, figure importanti del panorama musicale italiano con cui ha condiviso palchi, progetti e momenti di ricerca musicale. Eppure, nonostante questi incontri prestigiosi, mantiene uno sguardo umile e profondamente didattico sulla musica. Forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della sua attività: accanto al lavoro di autore e interprete, Calabrese organizza infatti incontri pubblici nei quali si dedica a un esercizio quasi filologico sulla canzone.
Durante questi appuntamenti prende un brano e lo smonta con pazienza, tassello dopo tassello: analizza il verso, la costruzione metrica, la scelta delle parole, il rapporto tra melodia e significato. È un lavoro di anatomia musicale che restituisce alla canzone la dignità di un testo letterario. Chi assiste a questi incontri scopre che dietro tre minuti di musica si nasconde spesso un universo di scelte stilistiche, di equilibrio tra suono e racconto.
Nel suo modo di parlare della musica si percepisce una fedeltà quasi assoluta alla tradizione della canzone d’autore italiana. Non si tratta di imitazione, ma di continuità: Calabrese sente di appartenere a una linea storica precisa, quella che ha fatto della canzone una forma poetica popolare, capace di raccontare la vita quotidiana con semplicità e profondità.
Non a caso, tra i nomi che emergono con maggiore affetto nel suo discorso, compare quello di Gino Paoli. Per Calabrese, Paoli non è soltanto un grande autore, ma una presenza quasi morale nella storia della canzone italiana. Nei suoi concerti e nei suoi incontri pubblici non manca mai uno spazio dedicato al ricordo e all’interpretazione delle sue canzoni, considerate veri modelli di equilibrio tra poesia e melodia. In Paoli – racconta – la parola non è mai ornamentale: è sostanza, è racconto, è vita.
Ascoltando Sasà Calabrese si comprende quanto la figura del cantastorie abbia ancora oggi una funzione necessaria. In un tempo musicale dominato spesso dalla velocità e dall’immediatezza, il suo lavoro rappresenta un invito alla lentezza, alla cura, alla consapevolezza della forma. Le sue canzoni e le sue parole restituiscono alla musica il suo valore più profondo: quello di essere, prima di tutto, un modo per raccontare gli esseri umani.
Ed è forse proprio questa la qualità che colpisce di più in lui: la convinzione che ogni canzone debba contenere una storia vera, o almeno un frammento di verità. Una convinzione antica, quasi classica, che Calabrese difende con passione e con eleganza, come un custode discreto di una tradizione che merita ancora di essere ascoltata.

