Il voto ferma la deriva del governo e impone le dimissioni dei fedelissimi della premier Giorgia Meloni. Ora le opposizioni devono unirsi attorno a valori comuni, dalla sanità al lavoro, per ricostruire il Paese
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Si è detto – a più riprese – che non sarebbe stato un voto politico. Fino a quando – da una parte e dall’altra – gli argomenti hanno oltrepassato il perimetro dei tecnicismi per approdare agli appelli al voto della Premier degli ultimi giorni per evitare che, in caso di vittoria del No, “immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori” sarebbero stati rimessi in libertà. O, ancora, per scongiurare che i figli fossero strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita nel bosco.
L’attivismo della Presidente del Consiglio, con gli sconfinamenti in un campo prettamente politico, è stato quasi obbligato, ad un certo punto, per i continui scivoloni di autorevoli esponenti della maggioranza che, tra dichiarazioni imbarazzanti e vicende scandalose hanno contribuito decisamente a far scattare l’allarme e mobilitare passioni sopite. In effetti basterebbe questo breve quadro di eventi appena citato per provare ad immaginare il ragionamento basilare che ognuno di quei quasi 15 milioni di elettori per il No abbia posto alla base della propria scelta. Non serviva altro per capire che – oltre a non aver onorato lo spirito costituente, blindando di fatto la riforma al perimetro del Governo, senza alcuna possibilità di emendamento sia a parte delle opposizioni sia della maggioranza parlamentare – alla luce delle nubi che si sono addensate sugli esponenti del Governo, la riforma ha assunto ancor più chiaramente la percezione di una iniziativa tesa ad eliminare limiti e controlli al potere politico.
Quello stesso limite - con la vittoria del No – è stato però chiaramente tracciato dal corpo elettorale che, con una partecipazione pregevole, ha costretto Giorgia Meloni a fare i conti, per la prima volta dopo tre anni e mezzo, con un’impunità non più garantita e con un Paese non più disponibile a tollerare e chiudere un occhio. Chissà se le dimissioni del sottosegretario Delmastro, della capo di gabinetto al Ministero della Giustizia Bartolozzi, della Ministra al Turismo Santanchè si sarebbero concretizzate in caso di vittoria dei Si.
Non scioglieremo mai questo dubbio ma ci teniamo la certezza che, invece, sono accadute per merito di chi ha detto No costringendo la premier a fare i conti con la sua classe dirigente e con il decadimento istituzionale, etico e morale al quale ha soprasseduto per tutto questo tempo. Fatto questo, ora, è difficile immaginare cosa accadrà da qui in avanti: voto anticipato, rimpasto di Governo, prosecuzione sino al termine della legislatura con il rischio di una guerra di logoramento. D’altro canto, l’opposizione ha il dovere di accelerare e concretizzare la realizzazione di una proposta di governo che non può subire scossoni o rallentamenti sulla scelta della leadership.
Ed a poco serve, infatti, la corsa a “mettere il cappello” su quei giovani che – sull’onda lunga delle piazze contro la guerra – sono corsi in massa alle urne e, ancor meno, sui tanti elettori di centrodestra che non hanno stavolta seguito l’indicazione dei loro partiti, soprattutto nelle regioni del Sud. I primi , infatti, hanno colto l’occasione e preso in mano il testimone a difesa di quella Carta dei diritti che loro, più degli altri, non vedono e non si vedono riconosciuti: lavoro, casa, ripudio della guerra e, persino, quel diritto al voto difficile da esercitare per mancanza di una legge inesistente per i tanti fuori sede. I secondi, io credo, hanno voluto segnalare che anche in quel campo esiste e resiste una sensibilità fortemente legata ai valori costituzionali che i partiti di governo (soprattutto quelli più liberali come Forza Italia) hanno sacrificato per ragion di Stato, al cospetto di forze che invece in quella Costituzione evidentemente non si riconoscono.
Allora, prima di aprire una discussione sulle primarie o su qualsiasi altra modalità di scelta della leadership, sarebbe utile lanciare un vero e proprio “patto costituzionale”, un contenitore programmatico all’interno del quale realizzare la migliore sintesi possibile tenendo fermi i valori ed i principi che sono stati rinvigoriti in questa occasione referendaria. Sanità universale, lavoro e dignità della persona, istruzione, uguaglianza sociale e territoriale. Senza dimenticare i doveri – come diceva Bobbio – di contribuire alla crescita della Nazione: solidarietà e rispetto delle regole, in primis. Sarebbe questo il modo migliore per onorare e dare un senso all’esito referendario e coltivare l’ambizione maggioritaria. Non tanto (o non solo) la glorificazione di un nuovo leader ma la ricostruzione di una comunità attorno ai suoi valori fondanti.
*segretario Pd Villapiana

