Il caso di Sara Di Vita e di sua madre Antonella Di Ielsi cambia procura e si concentra ora in un unico fascicolo. L’indagine sulla morte della 15enne e della donna di 50 anni, decedute a fine dicembre dopo essersi sentite male a Pietracatella, passa infatti dalla Procura di Campobasso a quella di Larino, che assumerà il coordinamento complessivo degli accertamenti. Il procedimento è aperto contro ignoti per duplice omicidio premeditato mediante avvelenamento e, insieme, incorpora anche il filone già avviato sull’ipotesi di omicidio colposo a carico di cinque medici del Cardarelli.

La scelta del trasferimento per competenza territoriale segna una svolta importante, perché riunisce in un’unica sede giudiziaria tutti i profili dell’inchiesta: dal presunto avvelenamento avvenuto nell’abitazione di famiglia fino alla gestione sanitaria nei giorni successivi al malore.

Un solo fascicolo per tutte le ipotesi di reato

Il passaggio di competenza a Larino è stato confermato dalla procuratrice capo Elvira Antonelli e si fonda su un criterio preciso: il reato più grave tra quelli ipotizzati sarebbe avvenuto a Pietracatella, luogo in cui gli investigatori ritengono possa essersi verificato l’avvelenamento e territorio che ricade nella giurisdizione dell’ufficio frentano.

Questo elemento, oltre alla maggiore gravità dell’ipotesi di duplice omicidio premeditato rispetto a quella di omicidio colposo, ha determinato il trasferimento del fascicolo e la riunione dei procedimenti. Le donne si erano sentite male nelle ore precedenti il Natale, mentre i decessi sono sopraggiunti tra il 27 e il 28 dicembre, dopo il ricovero all’ospedale Cardarelli di Campobasso.

Da ora sarà quindi la Procura di Larino a dirigere il lavoro investigativo, che resta affidato alla Squadra Mobile di Campobasso.

Il filone sui cinque medici del Cardarelli

Nel fascicolo unificato confluisce anche la prima indagine aperta sui sanitari dell’ospedale molisano. Cinque medici del Cardarelli risultano infatti indagati per omicidio colposo, con l’ipotesi che abbiano rimandato a casa madre e figlia senza ricoverarle, ritenendo inizialmente che si trattasse di una semplice intossicazione alimentare.

Anche questo segmento dell’inchiesta verrà ora valutato dalla Procura di Larino insieme al presunto avvelenamento. L’unificazione consente così di leggere l’intera vicenda in modo organico, mettendo in relazione il momento iniziale del malore, le eventuali responsabilità nella fase sanitaria e gli sviluppi successivi che hanno portato alla morte delle due donne.

Le indagini sulla ricina si allargano anche al web

Il punto centrale degli accertamenti resta però la ricina, la sostanza di cui sono state trovate tracce nel sangue di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire da dove possa provenire il veleno e con quali modalità sia stato reperito.

In questo quadro, gli approfondimenti si concentrano anche sul web e, in particolare, sul dark web, cioè quella parte sommersa della rete nella quale possono svilupparsi attività illecite. L’obiettivo è capire se la sostanza tossica possa essere stata acquistata o cercata attraverso canali informatici non ordinari.

Le verifiche, però, non si fermano alla dimensione online. Secondo quanto emerge, la pianta da cui deriva il veleno non sarebbe semplice da reperire, ma potrebbe trovarsi anche in Basso Molise. Per questo gli agenti hanno eseguito controlli informali anche in alcuni negozi della regione, nel tentativo di seguire ogni possibile pista utile a ricostruire la provenienza della sostanza.

Nuovi sopralluoghi nella casa sotto sequestro

Gli investigatori torneranno anche nell’abitazione della famiglia Di Vita, a Pietracatella, dove si ritiene sia avvenuto l’avvelenamento. La casa è sotto sequestro da tre mesi e non è mai stata dissequestrata. Dopo il ritrovamento della ricina nei campioni biologici delle due vittime, l’appartamento resta il centro materiale dell’inchiesta.

I nuovi sopralluoghi saranno mirati alla ricerca di eventuali tracce della sostanza all’interno dell’abitazione. Gli accertamenti, coordinati dalla Procura e affidati alla Squadra Mobile con l’ausilio della Scientifica, puntano a chiarire le modalità della somministrazione del veleno, che secondo gli investigatori sarebbe avvenuta proprio in casa, probabilmente attraverso alimenti o bevande.

È su questo fronte che si gioca una parte decisiva del lavoro investigativo: capire come la ricina sia stata introdotta, in quale momento e in quale forma.

La ricina al centro del giallo di Pietracatella

La ricina è una tossina che, anche in quantità minime, può avere effetti gravissimi. Dal ricino si estrae anche un olio impiegato soprattutto in ambito cosmetico, mentre alcuni derivati vengono utilizzati in agricoltura biologica come concime organico azotato e come repellente naturale per le talpe. Ma, attraverso un particolare trattamento dei semi, si può ottenere una sostanza altamente tossica.