Se ci fossero stati gli occhi stretti di Clint Eastwood (con sigaro, of course) una pausa infinita prima del colpo di scena e il suono di un carillon a scandire i secondi prima dello sparo, sembrerebbe davvero l’inizio di un film di Sergio Leone. E invece è tutto vero. O quasi incredibilmente vero.

A raccontare la vicenda è il giornalista Vincenzo Brunelli sul Corriere della Sera: al centro della storia c’è Francesca Leone, figlia del leggendario regista di C'era una volta il West e Il buono, il brutto, il cattivo, artista affermata nel panorama internazionale, e una causa civile che intreccia arte, aristocrazia, castelli francesi e un quadro “fantasma”.

La scena madre si svolge a Saint-Tropez. O meglio, dentro uno château francese appartenente a una facoltosa donna dell’alta società romana e internazionale. Secondo gli atti processuali, tutto comincia nel 2017, quando la donna riceve “in visione” un’opera di Francesca Leone intitolata “Flussi Immobili 12”, un grande ritratto femminile già esposto alla Biennale di Venezia, a Londra, Singapore e San Pietroburgo. Valore stimato: 25 mila euro.

Il quadro resta per mesi nella dimora francese della signora, che però nel 2018 decide di non acquistarlo più. L’opera viene quindi restituita all’artista nel suo studio romano di via Colle della Strega. Fine della storia? Non proprio.

Cinque anni dopo, nel luglio del 2023, entra in scena quello che sembra il classico colpo di scena leoniano. Un’amica comune, ospite nello château di Saint-Tropez, riconosce il dipinto appeso a una parete della dimora. Scatta foto, gira un video e lo invia a Francesca Leone. Nelle immagini - riportano gli atti - si vedrebbe la proprietaria della villa mostrare il quadro agli ospiti «descrivendolo come opera dell’artista».

Il problema è che il quadro originale era già tornato da anni nelle mani della pittrice.

A quel punto Francesca Leone corre nel proprio studio romano, controlla l’opera autentica e si convince che quello visto nel castello francese sia «una copia fotografica identica» del dipinto originale.

La vicenda assume allora i contorni di un western giudiziario. Diffide, richieste di distruzione dell’opera, accuse di violazione del diritto d’autore e una richiesta complessiva di risarcimento da 42 mila euro. I legali dell’artista sostengono che la donna francese avrebbe «realizzato una copia pedissequa dell’opera senza alcuna autorizzazione, indicandola come autentica».

Dall’altra parte arriva però una spiegazione quasi surreale: secondo la difesa della convenuta, a realizzare la riproduzione sarebbe stata la figlia della proprietaria della villa, che dopo aver fotografato il quadro ne avrebbe fatto stampare una copia da appendere nella camera da letto della madre. Il tutto esclusivamente «per uso privato».

E qui il Tribunale di Roma cambia completamente inquadratura.

I giudici Vittorio Carlomagno, Tommaso Martucci e Maria Pia De Lorenzo non entrano nel merito artistico o morale della vicenda. Stabilisco invece un principio giuridico netto: tutto sarebbe avvenuto in Francia. La riproduzione del quadro, l’esposizione della copia e perfino «l’eventuale lesione dell’immagine e della reputazione artistica» si sarebbero consumate sul territorio francese.

Tradotto: il duello continuerà oltreconfine.

Il Tribunale di Roma ha quindi dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice italiano, rinviando tutto ai magistrati francesi e condannando l’attrice al pagamento delle spese processuali.

E così la storia del quadro “fantasma” proseguirà in Francia, tra castelli, riproduzioni artistiche e aristocratiche stanze private. Proprio come in un film di Sergio Leone: con il sole basso, le ombre lunghe e la sensazione che il colpo decisivo debba ancora arrivare.