Ha sceso pochi gradini, poi s’è fermato all’ingresso del privè. Il cappuccio calato sulla testa, e la mano che stringe una pistola, in attesa di sparare. Forse è un po’ che se ne sta appartato, con la certezza che, prima o poi, la vittima designata passerà proprio da lì. L’orologio segna le tre e mezza del mattino: le casse della discoteca sparano musica ad alto volume, e nessuno sente il rumore sordo dei proiettili esplosi. Alle indagini condotte dalla Procura di Paola il compito di chiarire se l’obiettivo fosse quello di uccidere o “dare una lezione”

L’architetto Gianfranco Cundari, titolare della discoteca Mamaeli, ha la faccia e la voce di uno che non dorme da giorni. L’inaugurazione dello storico locale di Sangineto è finita con l’arrivo delle ambulanze e dei carabinieri. E pensare che l’apertura era stata preceduta da mesi di lungo lavoro: «Anche se a gennaio il ciclone Harry non ci ha preso in pieno, abbiamo comunque subito pesanti danni di tipo strutturale, ed è stato necessario uno sforzo straordinario per rimettere in piedi il locale».

La notte del fattaccio, l’architetto Cundari era al Mamaeli ma – come tutti gli altri – non  s’è accorto di nulla: «Mi trovavo in un’altra parte della discoteca. Non c’è stato un fuggi fuggi generale, perché il fatto si è verificato in un punto poco frequentato. Questa persona ha sparato all’improvviso, e subito dopo è scappata via. Quello che è successo nel mio locale, sarebbe potuto accadere tranquillamente all’interno di un cinema o di un supermercato. Quando scoppia una rissa, interviene subito il personale di sicurezza per ristabilire la calma e allontanare i facinorosi. In questo caso, invece, si è trattato di un’azione premeditata e fulminea che ci ha colti di sorpresa».

Il punto però è un altro: com’è stato possibile riuscire ad entrare in una discoteca armati di pistola? L’architetto Cundari prova a fornire una spiegazione: «Gli addetti alla vigilanza sono dotati di metal detector e controllano le persone all’ingresso, ma chi ha sparato potrebbe anche aver scavalcato un muretto, sottraendosi così ai controlli. Dopo quanto accaduto la scorsa notte, di certo acquisterò metal detector di nuova generazione e potenzierò ulteriormente le misure di sicurezza».

Certo, non basteranno queste parole a far cambiare idea a quanti, in queste ore, vanno ripetendo che ormai le discoteche non sono più luoghi sicuri da far frequentare ai propri figli. Il proprietario del Mamaeli (naturalmente) non è d’accordo: «Come locale non abbiamo alcuna responsabilità. Non si è trattato di una lite tra clienti ubriachi degenerata in violenza fisica. Se la vittima designata avesse deciso di trascorrere la serata in un pub, il ferimento sarebbe avvenuto lì, e non nel mio locale».

In seguito alla sparatoria, la Procura di Paola ha disposto la chiusura della discoteca Mamaeli: un provvedimento caduto come una mannaia sulla stagione estiva appena iniziata: «Il successo delle destinazioni turistiche spesso è decretato dai locali. Senza offendere nessuno, Sangineto di certo non brilla per bellezza paesaggistica, com’è invece per Tropea, Praia a Mare o la stessa San Lucido. Intorno alle discoteche gira un indotto enorme. Per il Mamaeli lavorano un centinaio di persone: esperti di pubbliche relazioni, social media manager, barmen, cassieri, addetti alla sicurezza e artisti di caratura nazionale che vengono a fare le serate. Il che significa case in affitto e alberghi prenotati. Dopo la sparatoria di sabato scorso, adesso è tutto a rischio».

Il timore è che, anche dopo la riapertura, i clienti possano decidere di boicottare questo locale. Il titolare del Mamaeli lancia una provocazione: «Allora, perché non chiudiamo pure i supermercati, dove avviene la vendita incontrollata di superalcolici ai minori, senza che sia chiesto loro un documento? Un cocktail in discoteca costa da dieci a quindici euro; per ubriacarti ne devi bere almeno tre. Invece, i ragazzini vanno al supermercato, comprano qualche bottiglia a pochi euro, e se la scolano in macchina, prima di entrare nel locale. Da parte nostra, se notiamo che all’ingresso qualcuno barcolla, sicuramente non lo autorizziamo ad entrare».

Da padre, Gianfranco Cundari manderebbe i propri figli al Mamaeli, dopo la sparatoria che ha sconvolto la serata inaugurale? «Se si fosse trattato di una mega rissa, reputerei senz’altro questo locale un luogo pericoloso e non in grado di garantire la sicurezza. Invece, si è trattato di una scheggia impazzita. Chi ha sparato non è passato dal controllo con il metal detector; potrebbe anche essersi fatto passare l’arma da qualcuno che è rimasto fuori dalla discoteca o aver scavalcato, visto che il locale si trova all’aperto e i muri di recinzione sono bassi. Se fosse per me, farei perquisire i clienti all’ingresso uno a uno, ma in Italia non è consentito. Lavoro in questo settore da quarant’anni, e una cosa del genere non mi era mai capitata».