Il gup di Catanzaro chiude il rito abbreviato sul filone nato dall’indagine Italia-Germania: condanne per nove imputati e due assoluzioni
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Arriva la prima sentenza di merito sul presunto gruppo Greco, indicato dagli inquirenti come una cosca di ‘ndrangheta operativa a Cariati e con proiezioni anche in Germania. Il gup del Tribunale di Catanzaro Massimo Forciniti, all’esito del rito abbreviato, ha emesso il verdetto di primo grado nei confronti degli imputati che hanno scelto il giudizio alternativo.
La pena più alta è stata inflitta a Giorgio Greco, indicato dall’accusa come presunto boss: 12 anni di reclusione. Condanne anche per Aldo Marincola (8 anni e 4 mesi), Gaetano Roberto Bruzzese (10 anni), Olindo Celeste (10 anni), Alfonso Cosentino (10 anni), Rocco Francesco Creolese (8 anni), Giulio Graziano (10 anni e 8 mesi), Cataldo Scilanga (8 anni e 8 mesi) e Antonio Russo (2 anni). Il gup ha inoltre disposto l’assoluzione per Antonio Mangone e Cataldo Rizzo.
Il contesto: l’inchiesta Italia-Germania e l’operazione congiunta
Il procedimento è l’approdo di una più ampia indagine che, nella fase delle misure cautelari, era stata presentata come un’operazione contro la ’ndrangheta eseguita da Polizia italiana e tedesca sotto il coordinamento delle Procure di Catanzaro e Stoccarda, con l’esecuzione complessiva di 29 arresti.
Secondo quanto riferito nella fase investigativa, il lavoro si sarebbe basato su un joint investigation team (squadra investigativa comune), con il supporto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e il coordinamento di Eurojust. In Germania, l’autorità giudiziaria avrebbe contestato reati di natura fiscale ed economica, mentre in Italia la Dda avrebbe ipotizzato associazione mafiosa e estorsioni, oltre ad altri delitti ritenuti aggravati dal metodo mafioso.
Le cosche al centro e le contestazioni
Nella ricostruzione accusatoria emersa nella fase cautelare, l’indagine avrebbe acceso i riflettori su due gruppi: i Greco di Cariati e i Farao-Marincola di Cirò Marina. L’ipotesi investigativa, sempre secondo gli atti richiamati in quella fase, era che l’organizzazione attiva a Cariati avesse proiezioni in Germania, con modalità operative che avrebbero riprodotto vincoli territoriali e regole interne simili a quelle riscontrate in Calabria.
I reati, a vario titolo ipotizzati, erano associazione di tipo ’ndranghetistico, estorsione (consumata e tentata), trasferimento fraudolento di valori, false dichiarazioni sull’identità o su qualità personali, oltre a contestazioni in concorso, con l’aggravante mafiosa.
I temi investigativi: cosa avrebbe ricostruito l’accusa
Sul piano delle condotte, nella prospettazione degli investigatori, la presunta ’ndrina avrebbe operato tra Calabria e Germania facendo leva su pressioni e intimidazioni nel mondo economico.
In particolare, l’ipotesi ricostruita nella fase delle indagini era che, in territorio tedesco, alcuni imprenditori – anche calabresi trasferiti all’estero per avviare attività – sarebbero stati costretti ad acquistare derrate di frutta provenienti dalla Calabria, con metodi ritenuti violenti o intimidatori e con danneggiamenti che sarebbero stati funzionali alle richieste estorsive. Sempre secondo questa impostazione, vi sarebbero stati episodi di reati contro il patrimonio e danneggiamenti “propedeutici” alle estorsioni, con una parte delle condotte che sarebbe stata realizzata direttamente in Germania.
Nel quadro cautelare, inoltre, si dava conto del coinvolgimento anche di alcuni professionisti, ritenuti – secondo l’accusa – funzionali a condotte riconducibili a intestazione fittizia di beni e ad altri reati (tra cui ipotesi di falso e illecita concorrenza con minaccia o violenza), sempre con la prospettata aggravante mafiosa.
La dimensione storica e la cooperazione internazionale
Durante la conferenza stampa dell’operazione, il procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio aveva richiamato una presenza della componente cariatese documentata nel tempo, spiegando che la proiezione verso Stoccarda sarebbe risalente agli anni ’90. Curcio aveva sottolineato anche il valore della cooperazione internazionale e delle collaborazioni di giustizia maturate nel tempo, collocando la vicenda dentro l’evoluzione dell’approccio investigativo alla ’ndrangheta, considerata la sua capacità di proiezione fuori dai confini nazionali.

