L’intelligenza artificiale entra sempre di più nella vita quotidiana e nei percorsi di apprendimento degli adolescenti, ma non tutti hanno le stesse possibilità di conoscerla, utilizzarla e comprenderne i rischi. È questa la fotografia restituita dal nuovo mini dossier dell’Osservatorio sulla povertà educativa, intitolato “Intelligenza artificiale, una sfida educativa” e realizzato nell’ambito dell’Osservatorio “Con i bambini-Openpolis”. Un’analisi che mette insieme il crescente ricorso agli strumenti di IA generativa da parte dei più giovani e le profonde differenze nella disponibilità di infrastrutture tecnologiche nelle scuole.

E proprio sul secondo fronte emerge un dato particolarmente significativo per la Calabria. In regione, infatti, solo il 27,2% degli edifici scolastici statali dispone di un’aula d’informatica. Un valore che colloca il territorio calabrese tra quelli maggiormente in ritardo in Italia, davanti soltanto al Lazio, fermo al 25,4%, e poco distante dall’Abruzzo, al 27,8%.

Il dato assume un peso ancora maggiore se inserito nel quadro nazionale. Complessivamente, secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito relativi all’anno scolastico 2024/25, appena il 40,7% degli edifici scolastici statali italiani dispone di uno spazio dedicato all’informatica. La distanza rispetto alla Calabria è dunque di oltre tredici punti percentuali.

Il divario tecnologico tra le regioni

La distribuzione delle dotazioni scolastiche presenta differenze molto marcate lungo la Penisola. A guidare la classifica è la Toscana, dove le aule informatiche sono presenti nel 60% degli edifici scolastici. Seguono la Liguria, con il 59,1%, il Piemonte, con il 53,6%, e le Marche, con il 51,4%.

All’estremo opposto si trovano alcune regioni del Centro e soprattutto del Mezzogiorno. Dopo il Lazio – come accennavamo – la percentuale più bassa è quella della Calabria, mentre l’Abruzzo raggiunge il 27,8%.

Un divario che, secondo il dossier, non può essere considerato soltanto una questione di dotazioni materiali. La disponibilità di laboratori e strumenti tecnologici costituisce infatti una delle condizioni attraverso cui gli studenti possono acquisire quelle competenze digitali necessarie per affrontare un mercato del lavoro e una società sempre più trasformati dall’intelligenza artificiale.

Ma le disuguaglianze non riguardano soltanto le regioni. Anche all’interno dello stesso territorio la possibilità di accedere a strutture e strumenti adeguati cambia in base alla posizione geografica dei comuni.

Catanzaro, Cosenza e Crotone tra le province più in difficoltà

Un precedente approfondimento di Openpolis consente di scendere a un livello territoriale ancora più dettagliato e di osservare le differenze tra le province calabresi. I dati, relativi all’anno scolastico 2021/22, mostrano una situazione particolarmente critica: la presenza dichiarata di aule informatiche riguardava appena il 15,5% degli edifici scolastici nella provincia di Crotone, il 15,1% in quella di Catanzaro e il 13% in quella di Cosenza. Si tratta, in tutti e tre i casi, di valori inferiori al 20%, tra i più bassi registrati a livello provinciale in Italia.

Ancora più significativa è la situazione dei capoluoghi. Nell'analisi più recente di Openpolis riferita al 2024\25, Catanzaro e Cosenza figuravano tra i capoluoghi italiani con la percentuale più bassa di edifici scolastici nei quali era dichiarata la presenza di un’aula informatica: rispettivamente il 5,4% e il 6,6%. In Italia, Pavia (91,4%), Modena (87,7%) e Aosta (82,1%) guidano la classifica con le percentuali più elevate, risultando gli unici centri a superare la soglia dell’80%. 

Tra città e periferie il divario aumenta

La presenza delle aule informatiche diminuisce progressivamente allontanandosi dai principali centri urbani. Nei comuni polo, gli edifici scolastici dotati di laboratori informatici sono il 41%. La quota scende al 37,8% nei comuni intermedi e al 37% nei comuni periferici, fino ad arrivare al 33,8% nei comuni ultraperiferici.

Il rapporto tra posizione geografica e dotazioni tecnologiche emerge anche dalle precedenti elaborazioni di Openpolis. Nell'analisi relativa al 2021/22, la quota di edifici con aula informatica si fermava al 26,3% nei comuni periferici e al 25,1% in quelli ultraperiferici, contro il 37% dei comuni polo. Una differenza che evidenzia come la distanza dai principali centri di servizio possa accompagnarsi anche a una minore disponibilità di infrastrutture educative e digitali.

È un ulteriore elemento che intreccia il tema dell’innovazione tecnologica con quello della povertà educativa. La possibilità di utilizzare l’intelligenza artificiale in modo consapevole, infatti, non dipende soltanto dalla volontà del singolo studente, ma anche dal contesto nel quale cresce e studia.

Il dossier parte proprio da questa considerazione. L’IA generativa sta diventando una presenza sempre più abituale tra i minori e, in particolare, tra gli adolescenti. Gli strumenti vengono utilizzati per i compiti scolastici, per cercare informazioni e per numerose attività della vita quotidiana. Una diffusione che rende necessario, secondo Con i bambini e Openpolis, costruire una vera cultura dell’uso consapevole dell’intelligenza artificiale.

Italia terzultima in Europa per utilizzo dell’IA tra i giovani

Il confronto europeo restituisce un altro elemento di criticità. Tra i ragazzi di età compresa tra i 16 e i 19 anni, il 66,4% degli adolescenti dell’Unione europea dichiara di utilizzare applicativi di intelligenza artificiale generativa. In diversi Paesi la percentuale supera il 70%.

L’Italia si colloca invece al terzultimo posto nell’Ue, con il 51,9% dei giovani della stessa fascia d’età che dichiara di aver utilizzato strumenti di IA generativa negli ultimi tre mesi.

Non si tratta soltanto di una differenza quantitativa. Tra gli adolescenti italiani che non utilizzano questi strumenti, infatti, l’8,6% afferma di non farlo perché non saprebbe come utilizzarli. Una percentuale superiore alla media europea, che si ferma al 7,3%.

Il dato, evidenzia il dossier, segnala un problema che riguarda le competenze digitali di base e, più in generale, l’uguaglianza delle opportunità. Non utilizzare l’IA perché si è scelto consapevolmente di farne a meno è una cosa; non utilizzarla perché non si dispone degli strumenti o delle conoscenze necessarie per farlo è un’altra.

Ed è proprio su questo punto che si concentra la riflessione contenuta nel rapporto. «L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente la società e il mercato del lavoro, richiedendo nuove competenze digitali essenziali per il futuro», si sostiene nella nota. Per questo, l’obiettivo delle politiche pubbliche non dovrebbe essere soltanto quello di regolamentare l’utilizzo della tecnologia, ma anche quello di mettere i minori nelle condizioni di comprenderla e governarla.

Da utenti passivi a cittadini consapevoli

La sfida, dunque, non è semplicemente aumentare il numero di studenti che utilizzano l’intelligenza artificiale. Il punto è fare in modo che l’utilizzo avvenga in maniera critica, responsabile e autonoma.

«L’obiettivo deve essere quello di trasformare le persone, a partire dai minori, da semplici “utenti” passivi a cittadini attivi e consapevoli nell’utilizzo dell’Ia», evidenzia la nota. Un passaggio ritenuto necessario soprattutto alla luce dei rischi legati alla tecnologia.

Tra questi vengono indicati la privacy, la disinformazione e le cosiddette «allucinazioni», vale a dire gli errori prodotti dai sistemi di intelligenza artificiale quando generano informazioni inesatte o inventate presentandole come attendibili.

Il rischio, si sostiene nel dossier, è che l’IA possa diventare «un fattore di appiattimento di competenze già fragili». Per questo la familiarità con gli strumenti tecnologici non può essere confusa con una reale capacità di utilizzarli.

Il problema riguarda anche gli adulti che hanno responsabilità educative. «In questo quadro in costante evoluzione, è difficile tanto per il legislatore, quanto per educatori e istituzioni educative stare al passo», evidenzia il rapporto.

Il ruolo della scuola e degli insegnanti

In questo scenario, la scuola diventa uno dei principali luoghi nei quali affrontare la trasformazione in corso. Ma per farlo ha bisogno non soltanto di dispositivi e connessioni, bensì anche di insegnanti adeguatamente formati.

Il dossier individua proprio nel rafforzamento delle competenze digitali e metodologiche dei docenti una delle priorità indicate dalle dirigenze scolastiche, insieme a un piano di adeguamento delle infrastrutture tecnologiche.

La questione non è, però, soltanto tecnologica. «L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla povertà educativa è una questione eminentemente pedagogica e sociale, prima ancora che tecnologica», si legge nel report.

Una considerazione che chiama in causa l’intera comunità educante: scuola, famiglie e terzo settore. Senza un intervento coordinato, il rischio è che le differenze già esistenti vengano amplificate dall'accesso diseguale alle nuove tecnologie.

Il rischio di un nuovo divario digitale

A sintetizzare questa preoccupazione è Marco Rossi-Doria, presidente di Con i bambini. «Il divario storico aggiunto a quello contemporaneo rischia di trasformare l’Ia in un formidabile moltiplicatore delle disuguaglianze», sottolinea.

Il pericolo, aggiunge, è quello di creare un nuovo “divario digitale”, qualora le tecnologie e soprattutto «la capacità di padroneggiarle in modo critico, consapevole e articolato» non siano accessibili in maniera equa.

La sfida, quindi, non consiste nel decidere semplicemente se l’intelligenza artificiale debba entrare o meno nelle scuole. L’IA è già entrata nella quotidianità dei ragazzi e sta modificando il modo in cui apprendono, cercano informazioni e svolgono attività legate allo studio.

Il tema diventa allora come accompagnare questa trasformazione. Da una parte servono infrastrutture, laboratori e strumenti; dall’altra occorrono formazione degli insegnanti, alfabetizzazione digitale e capacità critica. Un insieme di interventi che, alla luce dei dati, parte da una situazione profondamente disomogenea.