C'è una Lazio che corre, vince e sogna. E c'è soprattutto un allenatore calabrese che, giornata dopo giornata, sta riscrivendo le gerarchie del campionato. Gennaro Gattuso si prende la scena della Serie A. Dopo dieci giornate, la sua squadra guarda tutti dall'alto, con tre punti di vantaggio sull'Inter e un percorso che va ben oltre le aspettative della vigilia. L'ultimo capitolo di questa straordinaria cavalcata è arrivato oggi all'Olimpico (semivuoto per le proteste dei tifosi contro la dirigenza ndr), dove i biancocelesti hanno superato in rimonta il Cagliari per 2-1, conquistando la nona vittoria nelle prime dieci partite e conservando l'imbattibilità.

Un successo che racconta molto più di quanto dica il risultato. Perché la Lazio è andata sotto, ha dovuto inseguire, ha sofferto e poi ha trovato la forza di ribaltare la partita. La rete di Nzola aveva gelato l'Olimpico, ma la squadra di Gattuso non ha smarrito la propria identità. Isaksen, ancora una volta protagonista e al quarto centro nelle ultime cinque gare, ha rimesso tutto in equilibrio. Nel finale è arrivato il gol decisivo di Pinamonti, quello che ha fatto esplodere la festa biancoceleste e consegnato a Ringhio da Schiavonea una vetta solitaria che mancava alla Lazio dalla stagione 2010-2011, quando in panchina sedeva Edy Reja.

Ma il dato statistico, per quanto significativo, non è l'aspetto più interessante della storia. Il vero capolavoro di Gattuso è aver restituito a un gruppo le certezze che sembravano smarrite. In un'estate complicata, tra le incognite di un mercato condizionato dal saldo zero e un ambiente attraversato da tensioni, il tecnico calabrese ha scelto la strada della semplicità. Poche regole, idee chiare, lavoro quotidiano e un principio fondamentale: il gruppo viene prima di tutto.

Una filosofia che ricorda, con le dovute proporzioni, il celebre "ora et labora" benedettino. Nella versione calcistica di Gattuso diventa "sii concentrato e lavora". Niente formule magiche, nessuna ricetta miracolosa. Soltanto puntualità, professionalità, lealtà e attenzione al recupero fisico. Quattro pilastri sui quali l'allenatore ha costruito una squadra capace di riconoscersi in un'identità comune.

Il tecnico, del resto, ha spiegato di aver modificato nel tempo anche il proprio approccio alla gestione dello spogliatoio: «All'inizio della mia carriera da allenatore mi arrabbiavo per tante cose che vedevo fare ai giocatori e ritenevo assurde – ha detto il tecnico calabrese a Gazzetta dello Sport –. Poi ho capito che a sbagliare ero invece io». Comprendere le nuove generazioni, concedere maggiore libertà nella quotidianità e pretendere in cambio collaborazione e massima disponibilità sui concetti fondamentali. Una lezione di gestione prima ancora che di calcio. E i risultati stanno dando ragione all'allenatore calabrese. La Lazio ha ritrovato unità, senso di appartenenza e quella capacità di soffrire insieme che spesso fa la differenza nei campionati. Non è soltanto una squadra che vince, ma un gruppo che sembra aver ritrovato il piacere di stare insieme e di lottare per un obiettivo condiviso.

Anche la rimonta contro il Cagliari porta la firma di questa mentalità. Nel dopogara Gattuso non ha nascosto la propria sorpresa per la capacità della squadra di reagire: «La verità è che oggi la squadra ha sorpreso anche me. Sinceramente un punto me lo portavo a casa e sarei stato contento». Poi il riconoscimento ai cambi, decisivi per imprimere nuova energia alla partita: «Se l'abbiamo portata a casa è merito loro per la mentalità e la voglia».

Parole che raccontano un allenatore capace di riconoscere i meriti dei propri giocatori, senza cercare protagonismi. E che non si lascia trascinare dall'entusiasmo della classifica: «Noi dobbiamo pensare solo alla prossima partita», ha ribadito Gattuso, ricordando che il campionato è ancora lungo e che le altre squadre dispongono di allenatori e organici preparati.

Intanto, però, la fotografia è una e merita di essere raccontata. Dopo dieci giornate la Lazio è davanti a tutti, l'Inter insegue a tre lunghezze e il calcio italiano scopre una nuova protagonista. Soprattutto, riscopre Gennaro Gattuso. Quello che da calciatore incarnava grinta, sacrificio e determinazione e che oggi, dalla panchina, sta dimostrando di saper trasmettere gli stessi valori a un'intera squadra. Domani, forse, la sua impresa meriterebbe una prima pagina intera. Anche da parte di chi finora ha preferito relegare questa storia nei trafiletti o nelle zone meno visibili dei giornali. Non per stabilire oggi dove arriverà la Lazio, né per anticipare verdetti che soltanto il campo potrà pronunciare. Ma per raccontare quello che è già successo: un allenatore calabrese ha preso una squadra in difficoltà, le ha restituito gioia, appartenenza e unità e l'ha portata in cima alla Serie A. Perché il calcio non appartiene soltanto ai soliti nomi, ai soliti tormentoni e ai protagonisti abituali delle prime pagine. Quando una storia è bella, merita di essere raccontata. E quella di Gattuso, oggi, è una storia che parla di lavoro, umiltà e passione. Valori semplici, forse, ma tutt'altro che scontati. E che, almeno in questa fase della stagione, fanno sognare tutta la Lazio e regalano anche alla Calabria un motivo in più per sorridere.