I verbali di Nicola Acri e gli accertamenti dell'antimafia svelano il business nella Sibaritide: dai 3.500 euro pretesi per le giornate agricole fantasma alle truffe per le indennità di disoccupazione e i permessi di soggiorno
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Accanto ai metodi tradizionali dell'intimidazione – come le estorsioni sui cantieri e il pizzo della "guardiania" negli agrumeti – le cosche della Piana di Sibari e di Corigliano-Rossano hanno sviluppato nel tempo un'industria sommersa e altamente redditizia: la sistematica spoliazione dei fondi previdenziali dell'Inps attraverso la gestione di cooperative e aziende agricole di comodo.
Un affare milionario capace di garantire entrate finanziarie costanti e al contempo di creare un bacino di consenso sociale sul territorio, basato sulla compravendita di fittizi requisiti di lavoro agricolo necessari per incassare indennità di disoccupazione, assegni di maternità, pensioni d'invalidità e per ottenere il rilascio di permessi di soggiorno per cittadini stranieri.
A ricostruire la genesi e la struttura di questo sistema criminale sono state le dichiarazioni rese ai magistrati della Dda di Catanzaro dallo storico capoclan Nicola Acri, riscontrate dai capillari accertamenti eseguiti dal Nucleo Ispettorato del Lavoro dei Carabinieri.
Il verbale di Nicola Acri: il tariffario delle giornate fantasma
Nel corso del suo interrogatorio del 4 novembre 2021, Nicola Acri illustra dettagliatamente ai pm l'organigramma e il funzionamento delle cooperative agricole create dagli esponenti della cosca coriglianese, a partire da Carmine Ginese ("Carletto") e da un suo parente: «A proposito degli affari economici dei Ginese, di cui voi mi chiedete – dice il boss –, posso dire che Carletto Ginese ha rilevato la cooperativa prima nella disponibilità del cognato che ha poi collaborato, cooperativa che si occupava di personale relativo alla manodopera in agricoltura. In particolare venivano avviati al lavoro per la raccolta dei frutti per conto terzi, braccianti agricoli. Un certo numero di braccianti agricoli, tuttavia, veniva assunto fittiziamente per realizzare le truffe ai danni dell’Inps».
Il pentito svela il meccanismo economico e il "tariffario" imposto a chi intendeva beneficiare delle false iscrizioni negli elenchi anagrafici dei braccianti: «In parte, quindi, il guadagno era realizzato attraverso la corresponsione del dovuto per la prestazione effettivamente svolta a favore dei terzi e, in parte, dalle prestazioni previdenziali che venivano riscosse in relazione ai falsi rapporti di lavoro, tipo la disoccupazione. In particolare il soggetto che beneficiava del falso rapporto di lavoro versava a Ginese una somma che si aggirava intorno a 3.000/3.500 euro a seconda del numero di giornate lavorative denunciate, e detratto l’importo che costituiva il versamento effettivo dei contributi il resto veniva incamerato dal Ginese».
Il sistema, secondo il collaboratore di giustizia, non era un'esclusiva di un singolo gruppo, ma una prassi condivisa dai principali vertici criminali della zona: «Anche Rocco Azzaro con la sua cooperativa faceva questo tipo di attività, e posso dire che successivamente la cooperativa veniva gestita dai figli. Non so se gli Abbruzzese in epoca più recente si siano occupati anche di tale tipo di attività illecita, ma so che in passato Damiano Pepe (boss arrestato nell’inchiesta ma vittima in precedenza di un agguato in cui è morta sua moglie, ndr) se ne è occupato".
Il business dei permessi di soggiorno: «10mila euro per il contratto falso»
Oltre alle truffe ai danni dell'istituto previdenziale per ottenere indennità di disoccupazione (la disoccupazione agricola o la NASpI), le medesime cooperative venivano impiegate come vero e proprio canale per l'immigrazione clandestina.
Nel medesimo verbale, Nicola Acri mette a verbale una modalità di raggiro che negli anni successivi si sarebbe evoluta nelle imponenti truffe legate ai Click Day del Decreto Flussi: «Aggiungo che un’ulteriore modalità di consumazione della truffa realizzata da tale tipo di cooperative agricole... era costituita dalla fittizia segnalazione di rapporti di lavoro in agricoltura che consentivano l’ingresso sul territorio nazionale di cittadini extracomunitari che acquisivano in tal modo il permesso di soggiorno. Per tale tipo di condotta la cooperativa che denunciava il falso rapporto di lavoro riceveva dal beneficiato somme consistenti che si aggiravano anche intorno ai 10.000 euro».
I numeri dell'inchiesta: oltre quattromila falsi braccianti
Gli accertamenti documentali condotti dal Nucleo Ispettorato del Lavoro di Cosenza e incrociati con le banche dati dell'Inps hanno permesso agli inquirenti della Dda di quantificare la portata del fenomeno sul territorio di Corigliano-Rossano e della Sibaritide: 4.017 falsi braccianti agricoli censiti negli elenchi anagrafici a seguito di dichiarazioni aziendali fraudolente; migliaia di giornate lavorative fittizie registrate ciclo dopo ciclo per garantire il mantenimento dei requisiti assistenziali e previdenziali; un danno patrimoniale milionario cagionato alle casse dello Stato e dell'Inps per l'erogazione indebita di indennità e sussidi, trasformati dalla 'ndrangheta in uno strumento di sostentamento per gli affiliati e per le famiglie dei detenuti.
È un pezzo consistente del business della ‘ndrangheta nella Sibaritide: un vero e proprio presidio criminale parallelo che, camuffato dietro la forma giuridica delle imprese e delle cooperative agricole, drenava risorse pubbliche per alimentare la "bacinella" delle cosche locali.



