Nove ore per correggere un’ordinanza che aveva esteso il divieto di utilizzo dell’acqua anche agli usi igienico-sanitari. Ad Acri, la vicenda dell’emergenza idrica si arricchisce di un nuovo capitolo dopo la rettifica firmata dal sindaco Pino Capalbo, che ridimensiona le restrizioni inizialmente imposte ai cittadini di diverse zone del territorio comunale.

Con l’ordinanza numero 29 del 15 ottobre, il Comune aveva disposto il divieto di utilizzo e consumo dell’acqua per scopi potabili, alimentari e igienico-sanitari nelle zone servite dai serbatoi di Logna, Ferrante e San Martino. Nove ore dopo, con l’ordinanza numero 31, l’amministrazione ha corretto il provvedimento, limitando il divieto ai soli usi alimentari: «bere, cucinare, preparare bevande».

Una modifica sostanziale, che lascia aperti interrogativi sulla formulazione del primo atto. La rettifica, infatti, non si limita a una precisazione marginale, ma restringe il campo delle attività vietate, escludendo il divieto generale per gli usi igienico-sanitari previsto inizialmente.

A motivare il cambio di rotta è una nota del responsabile vicario del settimo settore, l’ingegnere Gerardo Nicoletti, richiamata nel nuovo provvedimento. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, le analisi avrebbero evidenziato «unicamente la non conformità del parametro relativo alla torbidità», mentre i parametri delle analisi microbiologiche e chimiche «risultano conformi a quanto previsto dal Decreto Legislativo n. 18 del 23.02.2023».

I valori di torbidità riscontrati nei campioni prelevati il 6 ottobre sono pari a 1,4 NTU per il serbatoio di Logna, 2,9 NTU per Ferrante e 1,6 NTU per San Martino, a fronte di un limite di riferimento di 1 NTU. Conforme, invece, il campione relativo al serbatoio di Serradibuda.

La vicenda solleva una questione che va oltre gli aspetti tecnici: perché il primo provvedimento aveva incluso anche gli usi igienico-sanitari, se poche ore dopo il Comune ha ritenuto di circoscrivere il divieto agli impieghi alimentari? L’ordinanza di rettifica non definisce esplicitamente la prima formulazione come un errore, ma modifica in modo significativo le disposizioni rivolte alla popolazione.

A rendere ancora più delicato il contesto è la comunicazione pubblica del primo cittadino. Nelle stesse ore in cui i residenti cercavano di comprendere come comportarsi di fronte al divieto, sulla pagina social del sindaco compariva anche un post dedicato alle prossime elezioni.

La coincidenza temporale non consente di stabilire quali siano state le priorità effettive dell’amministrazione, ma pone un tema di opportunità politica e istituzionale. In una situazione che coinvolge un bene essenziale come l’acqua, la chiarezza delle informazioni e la tempestività delle comunicazioni assumono un’importanza particolare.

Il punto non è mettere in discussione la necessità di adottare misure cautelative quando le analisi evidenziano parametri non conformi. È piuttosto capire come sia stato possibile comunicare inizialmente un divieto più esteso, lasciando trascorrere nove ore prima di correggerlo.

Per i cittadini delle zone interessate, la differenza non è secondaria: riguarda la possibilità di utilizzare l’acqua per le normali necessità quotidiane, oltre che per bere e preparare alimenti.

La rettifica restringe dunque il divieto, ma resta la richiesta di un chiarimento sulle ragioni della prima formulazione. Perché, quando è in gioco un servizio essenziale, un’ordinanza deve essere chiara fin dall’inizio. E quando viene modificata in maniera sostanziale, i cittadini hanno diritto di sapere perché.