Il cortometraggio è del giovane autore calabrese Francesco Gallo, già premiato agli Hollywood Global Awards: «Ogni giorno in cui si parla di Denis è un riflettore acceso»
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Il cortometraggio-documentario “Denis 18.11.89”, scritto e diretto da Francesco Gallo, è ufficialmente in corsa per la selezione agli Oscar 2027. Un riconoscimento che porta sulla scena internazionale la storia di Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza Calcio morto il 18 novembre 1989 e al centro di uno dei casi giudiziari più controversi e dolorosi del calcio italiano.
Dopo aver ricevuto importanti premi internazionali, tra cui il riconoscimento come miglior cortometraggio-documentario agli Hollywood Gold Awards, Francesco Gallo racconta il significato di questa candidatura, il rapporto con Donata Bergamini e il lungo viaggio di una storia rimasta per decenni senza verità. Abbiamo sentito l’autore e regista Francesco Gallo.
Francesco, quando hai ricevuto la conferma che "Denis 18.11.89” è ufficialmente in corsa per gli Oscar 2027, quale è stata la prima emozione che hai provato?
La prima emozione è stata il silenzio. Ho riletto la conferma tre volte prima di crederci. Poi ho pensato a Denis, e a Donata. Perché quella notizia non riguardava solo me: riguardava una storia che per trentacinque anni nessuno aveva voluto guardare in faccia, e che adesso entra dalla porta principale di Hollywood. Lì ho capito che il viaggio era diventato vero.
Come ti senti oggi, all’inizio di questa corsa, sapendo che il tuo film potrebbe rappresentare l’Italia sulla scena mondiale?
Mi sento addosso una responsabilità bellissima e pesante insieme. Porto un nome — Denis Bergamini — su un palcoscenico mondiale, e lo porto con la nostra lingua, il nostro dolore e la nostra verità. Sono in corsa per rappresentare l’Italia nella sezione cortometraggio-documentario, ma non ci arrivo da solo: ci arrivo con una squadra e con una famiglia che non ha mai smesso di cercare giustizia.
Da 35 anni la storia di Denis Bergamini è rimasta «un grande rimosso nazionale». Cosa ti ha spinto a dedicare il tuo lavoro a questa tragica vicenda? Quando hai deciso che questo documentario doveva essere realizzato?
Quello di Denis è il giallo più lungo e doloroso della storia del calcio italiano. Per trentacinque anni quel corpo sull’asfalto della statale 106 ha gridato giustizia. Io ho sempre fatto parte di quella parte di città, e di Paese, che non ha mai creduto al suicidio. Ho deciso che il film andava fatto quando ho capito una cosa semplice: questa storia non era mai stata raccontata al cinema, sul grande schermo. Quella mancanza era un’ingiustizia in più per Denis.
Il documentario ha già conquistato il premio di Miglior Cortometraggio-Documentario agli Hollywood Gold Awards e altri riconoscimenti internazionali. Come è stato accolto il tuo lavoro dalla critica italiana e internazionale?
La storia di Denis ha commosso giurie da New York a Nairobi, da Parigi a Londra. In luoghi dove meno me lo aspettavo: davanti a delle giurie che non conoscevano il caso Bergamini e che si sono lasciate colpire dalla pura forza della storia. In un anno il film ha raccolto circa dieci riconoscimenti internazionali. La critica ha capito una cosa: questa non è soltanto una vicenda calabrese, è una storia universale di amore, morte e verità negata.
Hai detto: «Con questo cortometraggio spero di aver dato un piccolo contributo affinché i riflettori su questa vicenda non si spengano mai». Cosa ti aspetti ora da questa corsa agli Oscar?
Non rincorro la statuetta, rincorro l’attenzione. Ogni proiezione, ogni articolo, ogni giorno in cui si parla di Denis è un riflettore che resta acceso. Questa corsa agli Oscar è il megafono più grande che il cinema potesse darmi. Mi aspetto che porti la storia di Denis davanti a milioni di persone che non l’hanno mai sentita. Se anche una sola di loro, da qualche parte nel mondo, si chiede «ma chi ha ucciso questo ragazzo?», allora ho già vinto.
Quali cambiamenti speri di vedere nella narrazione pubblica del caso Bergamini?
Voglio che si smetta di chiamarla «la storia del calciatore suicida». Non lo è. La giustizia ha sancito l’omicidio volontario. Voglio che il nome di Denis Bergamini torni a essere quello di un grande calciatore e di una vittima a cui hanno tolto la verità per decenni, non una nota a piè di pagina. Il cinema non emette sentenze — quelle le danno i giudici — ma può cambiare le parole con cui raccontiamo una storia. E le parole contano.
Il film nasce dalla testimonianza di Donata Bergamini e racconta proprio il giorno in cui Denis è morto. Come sta vivendo tutto questo la sorella di Denis?
Donata è la donna più coraggiosa che abbia mai conosciuto. Per lei vedere il fratello raccontato sul grande schermo, e adesso a Beverly Hills, è insieme una ferita e una vittoria. Una ferita, perché ogni volta rivive il giorno peggiore della sua vita. Una vittoria, perché capisce che la battaglia che porta avanti da sola da trentacinque anni adesso la combattono milioni di occhi. Tutto è nato dalla sua testimonianza: senza di lei non c’è nessun film, e nessuna corsa.
Dopo la proiezione a Beverly Hills e la corsa agli Oscar, quali sono i tuoi prossimi progetti per Denis 18.11.89?
Dopo Beverly Hills completiamo il percorso di qualificazione e portiamo il film dentro la considerazione ufficiale dell’Academy. Ma Denis non si ferma alle sale americane. Appena possibile, lo riporto in Italia: nelle scuole, nei cinema, nei luoghi dove questa storia è nata — dalla Calabria all’Emilia-Romagna, dove Denis è nato. La corsa agli Oscar è il palcoscenico. La missione è che questa storia la conosca finalmente tutto il Paese.
Hai intenzione di continuare a portare questa storia in altri festival o di ampliare il progetto?
Al momento sto lavorando a un documentario su Muhammad Ali e continuo a fare quello che il cinema mi permette di fare: dare voce a chi non ce l’ha più.

