Caterina Pugliese, responsabile anche del progetto SAI, evidenzia la necessità di calibrare le norme nazionali sulla realtà dei territori: «Per non perdere i servizi essenziali dobbiamo contrastare il calo demografico. Serve maggiore attenzione per le aree interne»
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Nel dibattito nazionale sui tetti alla presenza di alunni stranieri nelle classi, le ripercussioni delle norme generali sul tessuto sociale e demografico delle aree interne tornano al centro dell'attenzione. A dare voce a questa complessa realtà è Caterina Pugliese, consigliera comunale e responsabile del progetto SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione) di San Basile, piccolo comune di circa 900 abitanti del Cosentino, dove l'integrazione è diventata uno strumento concreto contro il rischio di spopolamento e la chiusura dei servizi essenziali. Il 14 settembre la scuola di San Basile ha riaperto le sue porte, superando mesi di incertezza in cui il numero ridotto di iscrizioni aveva fatto temere per la continuità scolastica. A permettere la composizione della classe è stato l'inserimento dei figli delle famiglie accolte nel comune attraverso la rete del SAI. La scuola primaria è, infatti, formata da una pluriclasse composta da 12 bambini, di cui 2 italiani, mentre la scuola secondaria di primo grado da un'altra pluriclasse con 9 ragazzi, di cui 2 italiani.
«A San Basile non abbiamo soltanto il problema di garantire una scuola capace di rispondere alle esigenze educative dei bambini – evidenzia Caterina Pugliese – abbiamo anche il problema opposto, quello di avere, cioè, sempre meno bambini e rischiare, proprio per questo, di perdere servizi fondamentali come la scuola. La presenza dei bambini delle famiglie accolte ha contribuito concretamente alla continuità scolastica: questo è un fatto. Ma quei bambini non sono arrivati per raggiungere un numero di iscrizioni. Sono arrivati con le loro famiglie, attraverso un percorso di accoglienza. Oggi sono bambini della nostra scuola».
Il caso di San Basile pone interrogativi profondi sulla necessità di adattare i regolamenti generali alle diverse condizioni demografiche del Paese. Se nei grandi centri urbani le criticità riguardano la composizione e la gestione didattica, nei piccoli comuni la priorità è contrastare il calo demografico per non perdere i servizi essenziali. «Credo sia giusto interrogarsi sulla qualità della scuola e garantire a ogni bambino gli strumenti necessari per imparare e crescere – sottolinea la consigliera- se esistono difficoltà linguistiche, devono essere affrontate con risorse e strumenti adeguati. Ma una politica nazionale deve anche riuscire a guardare alle differenze tra i territori. Una grande città e un piccolo comune che combatte quotidianamente contro lo spopolamento non vivono necessariamente lo stesso problema. Da qui la richiesta di una particolare attenzione alle realtà delle aree interne nell'applicazione delle nuove disposizioni. Non chiediamo privilegi e non chiediamo di ignorare eventuali difficoltà. Chiediamo che i piccoli comuni siano considerati».
L'esperienza concreta dei borghi e delle aree interne offre spunti fondamentali al confronto sulle politiche scolastiche nazionali, invitando a guardare oltre la semplice logica dei numeri e delle percentuali. «Prima delle percentuali dobbiamo ricordarci che dietro ogni numero c'è una classe. E dentro ogni classe ci sono bambini – conclude Pugliese –, quando decidiamo le politiche sulla scuola dobbiamo riuscire a vedere entrambi gli aspetti, dalle esigenze educative e linguistiche, ma anche dalla realtà demografica dei territori. Perché nei piccoli comuni la scuola non è soltanto un servizio. È una parte essenziale della vita della comunità e, spesso, uno dei segnali più importanti della sua possibilità di continuare a esistere».


