La gestione dei rifiuti in Italia continua a rappresentare una delle contraddizioni più evidenti dei servizi pubblici locali. A certificarlo è lo studio del Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Immigrazione della Uil, diretto dal segretario confederale Santo Biondo, che analizza il carico fiscale della Tari dal 2020 al 2025. Un’analisi che mette in luce forti iniquità territoriali, aumenti costanti della tassa sui rifiuti e un sistema ancora fortemente dipendente dallo smaltimento in discarica.

Il dato che emerge con maggiore forza riguarda Cosenza. Nel capoluogo bruzio la tariffa Tari è passata dai 295 euro del 2020 ai 409 euro del 2025, con un incremento di 114 euro in cinque anni, uno degli aumenti più elevati a livello nazionale. Un record negativo che colloca Cosenza tariffa Tari tra i casi più emblematici del Mezzogiorno.

Lo studio prende in considerazione un nucleo familiare di quattro componenti residente in un’abitazione di 80 metri quadrati. Le tariffe sono calcolate su base annua e comprendono quota fissa e quota variabile, oltre al tributo provinciale ambientale (TEFA) fino al 5% e alle componenti perequative Arera. Nei Comuni che applicano la tariffa puntuale (TARIP), i dati fanno riferimento agli svuotamenti minimi e includono l’IVA al 10%. Secondo Biondo, «una tassa concepita per coprire i costi di raccolta e smaltimento si è trasformata in un prelievo sempre più gravoso, scollegato dal principio di equità fiscale e dai livelli reali di servizio offerti». Un giudizio netto che chiama in causa scelte politiche e assetti gestionali.

«Le forti differenze tariffarie tra territori – prosegue Biondo – sono il risultato di scelte politiche sbagliate e di un sistema di gestione dei rifiuti frammentato e diseguale». Una situazione che colpisce soprattutto il Mezzogiorno, dove la carenza cronica di impianti di trattamento e riciclo costringe molti Comuni a trasferire i rifiuti fuori regione, con extracosti che finiscono direttamente nelle bollette di famiglie e imprese.

In Calabria, oltre a Cosenza, aumenti rilevanti si registrano anche a Vibo Valentia, dove la Tari è passata dai 190 euro del 2020 ai 296 euro del 2025 (+106 euro). A Catanzaro la tassa raggiunge i 284 euro, con un incremento del 5,84% rispetto al 2024. Fa eccezione Crotone, dove si registra una diminuzione: dai 476 euro del 2020 ai 385 euro del 2025, 91 euro in meno.

A livello nazionale la situazione non è più rassicurante. La Tari drena in media 350 euro l’anno a famiglia, ma con fluttuazioni che in alcuni casi arrivano al raddoppio. Nelle Città Metropolitane si va dai 518 euro di Genova ai 294 euro di Milano, passando per i 499 euro di Napoli e i 494 euro di Reggio Calabria. Nel 2025 il costo più elevato si registra a Pisa con 650 euro annui, mentre le tariffe più basse si trovano a La Spezia (180 euro) e Novara (204 euro).

Il Pnrr, secondo la Uil, avrebbe potuto rappresentare una svolta. Ma «lo stato di attuazione delle misure è ancora disomogeneo e in molti casi preoccupantemente lento», avverte Biondo. «In tali condizioni nessuna riforma tariffaria potrà produrre effetti reali sulla riduzione della TARI».

Neppure la tariffazione puntuale, ispirata al principio «chi inquina paga», convince pienamente il sindacato. «La TARIP non può diventare un alibi per scaricare sui cittadini le inefficienze strutturali che competono alle amministrazioni e ai gestori del servizio», sottolinea Biondo. E avverte: «Estendere la raccolta differenziata senza investimenti in impianti, mezzi e personale rischia di produrre disservizi, conflitti sociali e penalizzazioni economiche per i lavoratori del settore».

La richiesta finale è chiara: «Occorrono politiche pubbliche di lungo periodo, investimenti strutturali e una governance trasparente e partecipata». Perché, conclude Biondo, «la gestione dei rifiuti non può continuare a essere un’emergenza pagata soprattutto da chi ha meno, che chiede legittimamente bollette più eque, servizi migliori e un sistema ambientale davvero sostenibile e giusto».