Un percorso fatto di sacrifici lo ha portato a guidare due reparti in presidi ospedalieri della provincia di Milano come direttore di Unità Operativa Complessa di Oculistica: «La responsabilità è più grande del traguardo raggiunto»
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
Un percorso costruito con sacrificio, talento e visione. A soli 41 anni, il dottor Andrea Muraca è tra i più giovani direttori di Unità Operativa Complessa di Oculistica in Italia. Dalla Calabria ai grandi centri del Nord, la sua storia è quella di una generazione che parte, si forma e spesso eccelle lontano da casa. In questa intervista racconta il valore dei maestri, il peso delle responsabilità e il legame, mai interrotto, con la propria terra.
Dottor Muraca, a soli 41 anni è tra i più giovani direttori di Unità Operativa Complessa di Oculistica in Italia: che significato ha per lei questo traguardo?
«La ringrazio, anche se non so dire con assoluta certezza se io sia in assoluto il più giovane; certamente sono tra i più giovani a ricoprire un incarico di direzione di unità complessa di oculistica in Italia, e questo per me ha un significato profondo.
Raggiungere questo ruolo a 41 anni è una tappa che accolgo non come un punto d’arrivo, ma come una grande responsabilità. Se oggi ricopro questo incarico, lo devo in gran parte al percorso fatto all’Ospedale universitario Maggiore della Carità di Novara. È lì che mi sono formato, in un ambiente dove l’eccellenza clinica si sposa con una casistica chirurgica tra le più importanti d’Italia.
Un ringraziamento speciale va al professor Stefano De Cillà: è stato lui a guidarmi, trasmettendomi non solo competenze tecniche d’avanguardia, ma soprattutto l’etica del lavoro e la dedizione al paziente. Quel contesto è stato una vera ‘scuola di vita’: mi ha insegnato che per guidare un reparto bisogna prima essere stati collaboratori attenti e chirurghi instancabili».
Lei ha spesso ricordato l’influenza di suo padre, ferrista in oculistica. Quanto hanno inciso gli insegnamenti della sua famiglia?
«L’influenza di mio padre è stata, ed è tuttora, la mia bussola. Vederlo lavorare come ferrista mi ha permesso di respirare l’aria della sala operatoria fin da bambino, insegnandomi il valore del rispetto per ogni singola figura professionale che compone l’équipe.
Da lui e dalla mia famiglia ho appreso che la medicina non è solo scienza, ma soprattutto servizio e sacrificio. Mi ha trasmesso quella ‘fame’ di imparare tipica di chi sa che dietro ogni intervento c’è una persona che si affida a noi.
Il mio percorso, dalla Calabria alla Lombardia, è figlio di quegli insegnamenti e della tenacia che caratterizza la nostra terra. La mia nomina a primario è il coronamento di un sogno iniziato seguendo, da piccolissimo, i passi di mio padre tra i corridoi della clinica “Sacro Cuore” di Cosenza».
La sua formazione è stata segnata da maestri come Paolo Nucci e Stefano De Cillà. Che cosa le hanno trasmesso?
«Ho avuto il privilegio di formarmi accanto a figure che considero dei veri giganti. Dal professor Paolo Nucci ho ricevuto un dono preziosissimo: la forza di credere in me stesso. In un percorso selettivo come quello medico, la sua guida è stata fondamentale per alimentare un’ambizione sana, quella che ti spinge a puntare sempre più in alto.
Il professor Stefano De Cillà, d’altro canto, è stato l’architetto della mia crescita sul campo. Mi ha dato la possibilità di esprimere tutto il mio potenziale, valorizzando le mie capacità. Da lui ho cercato di ‘rubare con gli occhi’ quell’estro chirurgico che lo contraddistingue.
Se Nucci ha acceso la scintilla, De Cillà ha forgiato la mia mano in sala operatoria».
Oggi guiderà una struttura complessa con due presidi ospedalieri in provincia di Milano. Quali saranno le priorità?
«Assumere la guida di questi presidi è una sfida che sento molto mia, anche per la mia vocazione nella gestione delle urgenze. Per me l’ospedale deve essere un porto sicuro, capace di dare risposte risolutive quando il paziente ne ha più bisogno.
Il mio obiettivo è far sì che le strutture di Magenta e Abbiategrasso siano percepite proprio così: eccellenze vicine al cittadino, dove la tempestività dell’intervento si sposa con la massima competenza.
Credo in una medicina di territorio che non lasci mai solo nessuno, ma che sappia agire con la rapidità che la chirurgia d’urgenza richiede».
L’oculistica è in continua evoluzione. Quali innovazioni stanno cambiando di più il vostro lavoro?
«L’oculistica sta vivendo una vera rivoluzione. Se dovessi indicare l’ambito che corre più veloce, penserei alla chirurgia vitreoretinica, il mio campo principale.
Oggi abbiamo tecnologie quasi ‘fantascientifiche’: microchirurgia sempre meno invasiva, strumenti miniaturizzati e sistemi di visualizzazione ad altissima definizione. Interveniamo sulla retina con una precisione impensabile fino a pochi anni fa.
Ma l’innovazione è anche nell’approccio: queste tecnologie ci permettono di essere ancora più umani, garantendo recuperi rapidi e riducendo lo stress per il paziente».
Come intende rapportarsi ai giovani medici?
«Per me è un punto cruciale. Io sono stato guidato da mentori che hanno saputo guardare oltre la mia età, scommettendo sulle mie potenzialità. Oggi sento il dovere morale di fare lo stesso.
Nel mio reparto la porta sarà sempre aperta per i giovani talenti. Voglio creare una palestra di eccellenza, dove nessuno abbia paura di esprimersi e crescere.
Credo fermamente che un primario si misuri dalla capacità di far fiorire chi lavora al suo fianco».
Che rapporto mantiene con la Calabria?
«Il mio rapporto con la Calabria è un groviglio di amore e amarezza. Porto quella terra nel sangue, ma anche un sentimento doloroso.
Fa male vedere una terra che spesso non permette ai propri figli di essere valorizzati. Non è colpa di chi ci vive: sono proprio loro a farmela amare ancora di più.
Riguardo ai calabresi che si affermano fuori, non provo meraviglia: è la normalità. Abbiamo fame e grinta. Se ci vengono dati gli strumenti, eccellere è una conseguenza naturale».
Ai giovani medici consiglia di diffidare delle “strade facili”. Perché?
«Vorrei trasmettere ciò che ho imparato dal professor Nucci. A pochi giorni dal mio matrimonio, con la vita già programmata in Calabria, mi fece intravedere una strada difficile ma ricca di soddisfazioni. Ho scelto quella salita.
Se sono riuscito a percorrerla è stato anche grazie a mia moglie, anestesista, che ha condiviso ogni sacrificio.
Ai giovani dico: diffidate delle scorciatoie. La medicina richiede sacrificio e dedizione. La strada più dura è quella che costruisce davvero.
Alla fine, il traguardo è straordinario: perché saprete di aver costruito il vostro destino con le vostre mani».

