Stanno facendo discutere i sequestri dei lidi lungo il litorale di Santa Maria del Cedro. Da due giorni gli agenti della Guardia Costiera di Maratea e i carabinieri della compagnia di Scalea stanno apponendo i sigilli a numerose strutture balneari, circa una dozzina in tutto, per presunte irregolarità demaniali e autorizzative. Gli accertamenti, proseguiti per due giorni, sarebbero ancora in corso.

Il sequestro, al momento, riguarda tutta l’area degli stabilimenti e non solo una parte. Tale circostanza impone, quindi, la chiusura totale dell’attività. Tuttavia, i legali sono già al lavoro per richiedere il dissequestro delle strutture ricettive e sbrogliare l’intricata matassa burocratica.

Cosa è accaduto

Il filone principale di inchiesta sarebbe legato a questioni di mera natura tecnica, nello specifico alla mancata approvazione del nuovo piano spiaggia e relative concessioni, questione ben più articolata di come appare e che merita un capitolo a parte. Al netto di ciò, l’amministrazione, guidata dal sindaco Ugo Vetere ritiene di aver fatto tutto in regola e nei tempi prestabiliti, mentre gli imprenditori balneari ritengono di non aver avuto la possibilità di difendere le loro attività nei tempi giusti.

«L’omicidio di un’impresa»

Una delle famiglie di imprenditori interessate dal provvedimento ha affidato il suo sfogo ai canali social. «Non è solo un sequestro, è l’omicidio di un’impresa. Ora parliamo noi», hanno scritto.

«Per dieci anni - si legge - abbiamo scelto il silenzio» ma «oggi, davanti ai sigilli della Capitaneria di Porto che sbarrano l’ingresso alla nostra "casa", sentiamo il dovere di raccontare la verità su un sistema che non solo non ci tutela, ma sembra voler scientificamente distruggere chi prova a fare le cose per bene».

Un lido che muore

«Sia chiaro – si legge in un altro passaggio del post -: sappiamo bene che l’amministrazione comunale in questi quasi 15 anni ha fatto tantissimo per il paese», ma «com’è possibile – si chiedono - che in un paese che si è evoluto così tanto, noi imprenditori veniamo lasciati in un limbo burocratico per un decennio, legati a un Piano Spiaggia naufragato senza che nessuno ce lo comunicasse ufficialmente?».

L’ordine di demolire tutto

«Il 25 febbraio scorso abbiamo ricevuto un pugno nello stomaco: una diffida non rinnovabile che ci imponeva di demolire entro 15 giorni non solo alcune difformità, ma l'intera struttura», prosegue la testimonianza. «Nonostante l'assurdità, non ci siamo tirati indietro: abbiamo smantellato immediatamente tutto ciò che era abusivo. Una settimana fa, i controlli degli organi competenti hanno accertato che avevamo ottemperato a tutto. Eravamo "puliti". Eravamo pronti».

Lo scaricabarile

Ma non è bastato. «A fine marzo - proseguono gli imprenditori balneari -, il Comune emana l'ordinanza balneare e invita noi gestori a chiedere il nulla osta per l’apertura dei servizi bar e ristorazione. Noi, con la fiducia di chi vuole ripartire, il 9 aprile abbiamo inviato la nostra Pec. Abbiamo chiesto il permesso di lavorare, di accogliervi, di far girare l'economia.

Sapete qual è stata la risposta? Il silenzio assoluto. Nessuna risposta alla nostra Pec, nessun segnale di vita. Al posto di quella risposta, oggi sono arrivati i sigilli della Capitaneria».

La provocazione

Poi, arriva la provocazione: «Arrivati a questo punto, facciamo una proposta chiara: fateci fare questa stagione. Permetteteci di onorare i contratti con i nostri ragazzi e le prenotazioni dei nostri clienti. Poi, se il vostro obiettivo è distruggere l'eccellenza, a fine stagione siamo pronti a tutto: siamo pronti a demolire con le nostre mani o a dare fuoco alle strutture. Le cancelleremo per sempre dalla faccia di questa spiaggia e non ripartiremo mai più. Se è il deserto quello che volete, avrete il deserto. Ma non potete chiederci di morire oggi, a stagione iniziata, per le vostre mancanze».

I clienti nel cuore

Poi il pensiero va ai clienti, a cui si rivolgono direttamente. «Le vostre prenotazioni sono al sicuro. I nostri avvocati stanno già dando battaglia per il dissequestro urgente». In ultimo, lanciano un messaggio, che non si presta a interpretazioni: «Vogliamo solo lavorare. Chi ha sbagliato si assuma le proprie colpe».

Il loro destino e quello dei loro colleghi, adesso, è nelle mani dei legali e in quelle del giudice che a breve dovrà valutare le operazioni e decidere se il sequestro, alla vigilia dell’avvio della nuova stagione estiva, sia l’unica via percorribile.